Che cos’è il Coaching?

Ciao! Che cosa è il coaching? Bella domanda… prova a fare una piccola ricerca su Google e ne vedrai delle belle! Coaching per lo sport, per incontri, sistemico, per il business, per i manager, personale, per il benessere, per il conflitto, spirituale, per la vita, per la leadership, per la carriera, aziendale, per la salute, per fornai e pasticceri, per il sorriso, per il deficit di attenzione e iperattività, per l’ansia, per il disturbo da attacchi di panico, per l’empowerment, per la cristianizzazione, per la genitorialità… insomma, ti viene in mente un tipo di coaching? C’è. Ecco, siamo sul tragicomico. Chissà se il grande Mario Monicelli ci avrebbe fatto un film…

Ad oggi il coaching è una pratica di cui moltissimi parlano, ma che pochi conoscono ed esercitano in scienza e coscienza. Soprattutto c’è un’offerta formativa pazzesca sul coaching. Mi domando se non sia un modo per lavorare promettendo di far lavorare. Cioè, vuoi trovare un lavoro appassionante come quello di coach? Vieni da me, ti formo – e intanto io lavoro – e poi vedrai che… E poi vedrai che tornerai il disoccupato di prima e con qualche soldo in meno. Va bene, basta polemica. Ma siamo seri e onesti e cerchiamo di capire come si sia sviluppata e in cosa consista oggi questa pratica. Partiamo dal termine: Coach. Siamo a cavallo tra XV e XVI secolo e nel borgo ungherese di Kocs viene costruito un tipo di carrozza che, per la sua comodità, si diffonderà rapidamente in tutta Europa. In Ungheria sarà chiamato Kocsi. In Italia cocchio e in Inghilterra, appunto, coach.

Tre secoli dopo, nel 1830, in una Inghilterra agli albori dell’epoca Vittoriana, il livello di formazione accademica è mediocre anche nella prestigiosa università di Oxford. Affinché l’Università non perda il prestigio di cui gode, e quindi iscritti, il Consiglio Universitario decide di investire sullo sviluppo dei propri studenti. Il progetto è quello di istituire la figura di un tutor in grado di condurre gli studenti al superamento degli esami. Per questo suo “condurre” al tutor viene assegnato l’innovativo nome di coach, e allo studente quello di coachee. Il progetto ha successo e nel 1849 nasce la pratica del coaching, che nel 1861 comparirà anche nello sport e un secolo dopo, negli Stati Uniti, in ambito aziendale: è il 1958 e nel testo Developing Executive Skills, Myles La Grange Mace, professore alla Harvard Business School, scrive un capitolo intitolato On-the-job Coaching.

Fino alla metà degli anni ’70 del Novecento il coaching è un modo diverso di chiamare pratiche come il mentoring, il training e il tutoring in cui il rapporto è tra un esperto in materia e un novizio di quella materia. Ad esempio nello sport, nel 1590 l’allenatore di atleti professionisti era chiamato gymnast, sostantivo che rimase in voga fino al 1829 quando fu sostituito da trainer e nel 1861 da coach. In campo manageriale il coach altri non era che un mentor. In campo studentesco un tutor. Ancora oggi troppo spesso questa confusione linguistica rimane.

Nel 1974 Timothy Gallwey pubblica quello che sarà il suo bestseller: The Inner Game of Tennis. Gallwey qui richiama l’attenzione al gioco interno – inner – con cui il tennista si confronta quando è sotto pressione. Un coach, dice Gallwey, deve occuparsi soprattutto di quel gioco. Egli si accorge di una cosa fondamentale: quando il tennista è in possesso dei “fondamentali” della tecnica, ogni correzione da parte del coach può rivelarsi controproducente, perché ansiogena, demotivante, passivizzante. Il coach secondo Gallwey non deve saper correggere, piuttosto deve mettere l’atleta nelle migliori condizioni perché possa auto-correggersi ed esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Il rapporto non è più tra un esperto e un novizio ma tra due esperti. Un esperto nella propria professione o disciplina e un esperto in materia di cambiamento e sviluppo. Siamo entrati a pieno titolo nel campo della psicologia e nei 40 anni che seguono il coaching diventa suo oggetto di ricerca e pratica, proprio per lo scopo che si propone.

Arriviamo alla nostra definizione considerando che, proprio per il retaggio storico e culturale del coaching, la sola letteratura scientifica di definizioni ce ne offre oltre 40. Io ho scelto quella che a mio avviso risulta di più ampio respiro. È una delle più recenti e potrai trovarla in The complete handbook of coaching, testo del 2010 di Cox, Bachirova e Clutterbuck. Secondo questa definizione il coaching si sostanzia in un processo di sviluppo umano che si propone di promuovere un cambiamento del comportamento a beneficio del coachee e potenzialmente delle altre parti interessate. Quindi non si caratterizza per essere una relazione tra un esperto e un novizio, ma un processo di sviluppo che avviene tra un esperto in materia di cambiamento e un esperto nella propria professione, che desidera ottenere di più dalle proprie performance per sé, per il proprio team o per la propria azienda.

Nello sport come in azienda è ovvio che ad atleti e manager occorra sviluppare competenze specifiche con l’aiuto di trainer e mentor: il know how. Poi però perché quelle competenze siano sfruttate a pieno può essere utile l’intervento di un coach, cioè di una persona, ripeto, esperta in materia di sviluppo e cambiamento.

Quali caratteristiche dovrebbe avere quindi un coach? Troverai la risposta che cerchi nel mio prossimo intervento! Grazie per l’attenzione e alla prossima. Ciao!

Bibliografia

Cox, E., Bachkirova, T., & Clutterbuck, D. (2010). The Complete Handbook of Coaching. London, SAGE Publications Ltd.

Gallwey, W. T. (1974). The Inner Game of Tennis. New York, Random House

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