Caratteristiche del Coach

Martin Seligman, padre della moderna psicologia positiva, nel 2007 descriveva il coaching come una pratica senza limiti di scopo, mancante di basi teoriche e accreditamenti significativi. Questo è ancora purtroppo tremendamente vero. Come abbiamo visto nel nostro precedente estratto, coaching per tutto, per tutti, esercitato da chiunque.

Nel mondo ahinoi non esiste un codice deontologico o normativa atta a disciplinare questa pratica, attorno alla quale gravitano sedicenti coach formati da scuole di coaching che rilasciano certificati o attestazioni, senza alcun valore giuridico e, per dirla con un eufemismo, di dubbio valore formativo, per corsi la cui durata varia da un fine settimana a un biennio. A causa di ciò diventa davvero difficile garantire la tutela di committenti e destinatari.

A chi affidarsi quindi? A nostro avviso, per comprendere quali caratteristiche dovrebbe avere un coach professionista dobbiamo partire dall’obiettivo che il coaching si propone e dal target cui si riferisce: considerato che il coaching è un processo di sviluppo volto a promuovere un cambiamento nel comportamento, desiderabile e sostenibile, di professionisti competenti ed esperti che possa permettere loro di dare il meglio di sé, le uniche figure realmente qualificate in tal senso sono professionisti che di base siano almeno psicologi con specializzazione in psicoterapia. Perché? Perché ad oggi psicologia e psicoterapia costituiscono l’unico corpus di conoscenze in materia di cambiamento del comportamento fondato su ricerca e pratica scientifiche, legalmente riconosciuto e disciplinato. Grant nel 2005 affermava che fare coaching è fare psicoterapia a chi non ha bisogno di fare psicoterapia. Berglas, in un articolo del 2002, sosteneva che coach non formati psicologicamente possono apportare più danni che benefici.

Come mai allora non ci si rivolge esclusivamente a psicologi e psicoterapeuti? A mio avviso per il fatto che esiste ancora oggi una grande ignoranza della disciplina attribuibile ad una scarsa e non corretta informazione: a segnare il passo della psicologia, per dirla con Norman Mailer, biografo di Marilyn Monroe, esistono ancora numerosi fattoidi, cioè fatti non veri che però godono di grande fama, e che occorre sfatare. Per esempio il continuare a credere che lo psicologo psicoterapeuta si occupi solo di disagio e sofferenza, che guardi solo al passato, che lavori con i “matti” o con persone deboli, che una psicoterapia debba essere per forza molto lunga e così via.

La preparazione di uno psicologo psicoterapeuta, sul tema del cambiamento, è una preparazione macroscopica rispetto a quella di un qualsiasi coach formato da qualsivoglia scuola. Si tratta infatti di una formazione almeno decennale. Ed è una formazione volta a conoscere l’essere umano, indipendentemente dal disagio. È una preparazione che conosce e riconosce anche il disagio e sa come rapportarsi ad esso evitando pericolose banalizzazioni. La durata di una psicoterapia, così come quella di un percorso di coaching non è data, ma correlata a determinati obiettivi. Con i “matti”, cioè persone che falliscono all’esame di realtà, non sono possibili né coaching né psicoterapia. Con le persone deboli né coaching né psicoterapia funzionano perché le persone deboli non sono quelle che soffrono ma quelle che non sono capaci di autocritica. Uno sguardo sul passato è indispensabile sia nel coaching che nella psicoterapia per individuare sia quegli schemi che hanno favorito il raggiungimento di obiettivi passati che quelli che impediscono il raggiungimento di obiettivi futuri.

Il cambiamento del comportamento è un obiettivo serio e difficile da realizzare. Talvolta impossibile. Comunque delicato. Sarebbe da irresponsabili non affidarlo ad un professionista.

La presenza di tutti i tipi di coaching che possiamo trovare su internet è a nostro avviso fondamentalmente dovuta ad un errore macroscopico di base. È dovuta cioè al fatto che si fa confusione tra mentoring e coaching. A puro titolo di esempio, dire di essere un business coach piuttosto che un baker coach o un health coach, ha senso solo nella misura in cui il coach sia inteso quale esperto di business, di bakery (forneria o pasticceria) o di health (salute). Ma allora il rapporto non è tra un esperto in materia di cambiamento e un esperto nel proprio settore. In questo caso il rapporto è tra un esperto in business, in pasticceria o in salute e un novizio in business, pasticceria e salute. Ma allora non si sta parlando di coaching, si sta parlando di mentoring! Si sta parlando cioè di una pratica anche più antica, risalente all’antica Grecia, in cui il rapporto è tra un esperto e un novizio, tra chi sa e chi deve apprendere. Ebbene questo è ben lontano dall’essere coaching. Chiamiamo le cose col loro nome per favore.

Ti ringrazio per l’attenzione e ti rimando al prossimo contributo! Ciao!

Marcello

Bibliografia

Seligman, M. E. P. (2007). Coaching and positive psychology. Australian Psychologist, 42(4), 266-267

Berglas, S. (2002). The Very Real Dangers of Executive Coaching. Harvard Business Review, 80, 86-93.

Grant, A. M. (2008). Workplace, Executive and Life Coaching: An Annotated Bibliography from the Behavioural Science Literature (July 2008), Coaching Psychology Unit, University of Sydney, Australia.

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